Una volta, un anziano cinefilo mi ha detto: “Beato te. Sei giovane. Non hai ancora visto i grandi capolavori del passato”. M’invidiava lo sguardo stupito, ingenuo, l’emozione della prima volta. Bene, se al termine della visione di un film, provo il desiderio di non averlo ancora visto, quello per me è un film bello. Credo che non potrei mai realizzare un film che non mi piacerebbe andare a vedere. Il cinema che amo è quello capace di appassionare, sorprendere, spaventare, divertire, informare, commuovere, sensibilizzare, un cinema che coinvolge lo spettatore in un processo critico ed emotivo. Non vorrei mai diventare un autore tutto preso dal suo piacere solitario, non vorrei mai rompere il patto stipulato con il pubblico. Non vorrei… A mie spese ho imparato che si dovrebbe parlare di quello che si conosce veramente, di quello di cui ci si è conquistati il diritto di parlare. In passato ho girato due cortometraggi nei quali ho battuto il terreno sconfinato della mente umana, il mondo delle neuroscienze. Bella gatta da pelare per un regista giovanissimo! Tant’è. Non trovavo interessanti le dinamiche del quotidiano così cercavo di andare oltre. Oggi ho ricominciato a guardare il mondo che mi circonda e lo faccio con uno sguardo nuovo, perché, forse, è proprio il cinema che permette, per dirla con William Blake, di “vedere il mondo in un granello di sabbia, di tenere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora”. Non mi sento legato a un genere. Amo la comicità e la poesia del cinema di Woody Allen, la solennità dei film di Clint Eastwood, la grande bellezza della messinscena di Sorrentino, la delicatezza di Wes Anderson, l’arguzia di Fellini quando definisce Satyricon “un film di fantascienza”, il Lubitsch touch, la mano salda con cui Vittorio De Sica guidava gli attori, i corridoi della Famiglia di Scola e quelli di Shining, lo sguardo di Burt Lancaster/Principe di Salina nello specchio, il meraviglioso bianco e nero di Max Ophüls, … Basta! Sono superficiale? Forse soltanto un po’ liquido e postmoderno, con una passione per il frammento e la citazione. D’altronde, in un’epoca di naufragi, facciamoci “la zattera con pezzi del naufragio”. E che pezzi! È un esercizio di … montaggio. Forse un po’ rischioso perché è la bellezza a essere pericolosa. “Quando più ci sentiamo sicuri avviene qualcosa, un tramonto, il finale di un coro di Euripide” (o un campo lungo di Griffith), “e siamo un’altra volta perduti”. Oggi più che mai c’è bisogno di bellezza. Recuperare attraverso l’esperienza del Cinema la capacità estetica compromessa non è un esercizio fine a sé stesso, ha bensì un profondo valore morale: significa affinare, assieme a quelle della mente, le abilità del cuore; si traduce in capacità di ascolto, di attenzione, d’immedesimazione nel vissuto di coloro con i quali entriamo in rapporto, vuol dire imparare a “leggerne” le emozioni, a percepirne le esigenze e i sentimenti. Il Cinema, una grande responsabilità e un piacere infinito. Ho bisogno di bellezza, ho bisogno di comunicarla, è un modo di convivere con l’angoscia esistenziale. Voglio farlo con la tecnica cinematografica e con tutti i contributi creativi che entrano in gioco. Desidero rappresentare l’esistenza come vorrei che fosse, darle il ritmo giusto, contenere e dare forma anche al dolore. Voglio giocare con le forme, dare carne, sangue, respiro, voce alle idee. Voglio raccontare. Una storia, un incrociarsi di sguardi, un incontro di sentimenti, immagini, passioni, addii, una lettera dimenticata, un destino… e alla domanda: “Che succede poi?” poter rispondere: “Non lo so. Stavo solo facendo del cinema”.

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